Esia WorkManager 2010 è qui!

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Esia Software rilascia la versione 2010 di Esia WorkManager, applicativo pensato per la gestione della piccola e media impresa. Lo sviluppo di Esia WorkManager ha richiesto un notevole lavoro da parte dei nostri sviluppatori ma oggi è finalmente disponibile un software semplice ed adatto alle esigenze della piccola e media impresa italiana: offre tutte le funzionalità essenziali per avere sempre sotto controllo la propria azienda e determinarne il buon anadamento.

Sono inclusi in Esia WorkManager la parte di contabilità, gestione dei contratti, creazione di documenti, la gestione del personale e la gestione e l'organizzazione di ticket. Per poter scarica il dimostrativo o la brouchure è possibile collegarsi al sito http://www.workmanager.info

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Oggi sciopero contro il DDL Alfano

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Privacy: ulteriore proroga per l’amministratore di sistema

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E’ stata spostata al 15 dicembre 2009 l’efficacia del provvedimento generale del Garante della privacy sulla figura dell’amministratore di sistema. Recependo alcune indicazioni provenienti da associazioni di categoria, il Garante ha inoltre parzialmente modificato il provvedimento stesso.

APPROFONDIMENTI

Le modifiche apportate dal nuovo provvedimento non appaiono così rilevanti e non vanno certamente nella direzione, di una sua più ampia semplificazione, da noi richiesta. Alcuna modificazione, ad esempio, è stata introdotta sulla registrazione degli accessi degli amministratori di sistema, sulle modalità di controllo periodico delle attività dell’amministratore ed anche sull’esatta portata dei casi di esclusione per trattamenti con finalità amministrativo-contabili. Aspetti particolarmente dibattuti sui quali era stata richiesta al Garante una forte rivisitazione del provvedimento.

Le modifiche introdotte dal nuovo provvedimento si limitano, quindi, a prevedere:

  • un obbligo generalizzato per tutte le imprese di riportare in un documento interno, da tenere aggiornato e disponibile a richiesta nel caso di accertamenti, gli estremi identificativi delle persone fisiche nominate amministratori di sistema;
  • la possibilità di estendere determinati oneri previsti nel provvedimento ai responsabili della privacy. In particolare, viene stabilito che, nel caso di affidamento in outsourcing dei servizi di amministratore di sistema, il titolare od il responsabile esterno debbano conservare, per ogni evenienza, gli estremi identificativi delle persone fisiche preposte (della propria struttura) quali amministratori di sistema. Inoltre, viene estesa ai responsabili l’onere di verifica, con cadenza almeno annuale, delle attività compiute dagli amministratori di sistema. Gli ulteriori compiti potranno essere attribuiti ai responsabili nella lettera di loro designazione o tramite opportune clausole contrattuali, come potrebbe accadere, in quest’ultimo caso, nei rapporti con le società a cui sono stati affidati i servizi in outsourcing.

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Google Wave

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Google Wave è la nuova creatura di Google e credo farà parlare di sè nei prossimi mesi. Se avesse successo potrebbe finire per sostituire l’email, e quindi Gmail (non facile), nonché Google Docs stesso.

Gli autori sono gli stessi che hanno creato Google Maps e questo dovrebbe bastare per non prenderli sottogamba. Se volete saperne di più leggete il post sul blog di Google. Guardando la presentazione di Lars Rasmussen, sono rimasto impressionato dal modo con cui è possibile visualizzare i contributi dei diversi autori di un documento condiviso.
Come nella tradizione di Google, Wave è sia un prodotto open source che una piattaforma estendibile mediante API, per consentire i mashup. Come nella tradizione di Internet, Wave è anche un protocollo basato su XMPP, per far sì che chiunque possa costruire un client o un server senza che rimangano isolati dal resto della rete.

Il sistema di base inoltre su un nuovo protocollo: i dettagli sul sito http://www.waveprotocol.org/

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Chiuso per rettifica

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Roma - Il Governo pone la fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere "chiusa per rettifica". È questo il senso di quanto è accaduto nelle scorse ore in Parlamento, dove per effetto dell'approvazione del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge l'idea - di cui si è già discusso sulle colonne di questa testata - di obbligare tutti "i gestori di siti informatici" a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.

Non dar corso tempestivamente all'eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di "gestore di sito informatico": la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.

Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all'indomani dell'entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell'analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo. Provo a riassumere le ragioni di un giudizio tanto severo.

L'intervento normativo in commento mira, nella sostanza, a rendere applicabile a qualsiasi forma di comunicazione o diffusione di informazioni online - avvenga essa in un contesto amatoriale o professionale e per scopo personale, informativo o piuttosto commerciale - la vecchia disciplina sulla stampa dettata con la Legge n. 47 dell'8 febbraio 1948 e, in particolare, il suo art. 8 relativo ad uno degli istituti più controversi introdotti nel nostro ordinamento con tale legge: l'obbligo di rettifica.

La legge sulla stampa, tuttavia - come probabilmente è noto ai più - costituisce una delle poche leggi vigenti scritte e discusse direttamente in seno all'assemblea costituente ormai oltre sessant'anni fa ed ha, pertanto, già mostrato in diverse occasioni un'evidente inadeguatezza a trovare applicazione nel moderno mondo dei media che poco o nulla ha a che vedere con quello avuto presente dai padri costituenti. Si tratta, per questo, di una legge che avrebbe richiesto un intervento di "aggiornamento" urgente, competente ed approfondito o, piuttosto, meritato di essere mandata in pensione dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio. Contro ogni legittima aspettativa, invece, Governo e Parlamento hanno deciso di affidarle addirittura la disciplina della Rete ovvero della protagonista indiscussa di una delle più grandi rivoluzioni del mondo dell'informazione nella storia dell'uomo. Difficile, in tale contesto, condividere la scelta del Palazzo.

Ma c'è di più.
Sono anni che si discute ad ogni livello - nelle università, nelle aule di giustizia e, persino, in Parlamento ed a Palazzo Chigi - della possibilità e opportunità di estendere in tutto o in parte la disciplina sulla stampa e, in particolare, le disposizioni dettate in materia di obbligo di registrazione delle testate, a talune forme di comunicazione e diffusione delle informazioni online senza che, sin qui, si sia arrivati ad alcuna conclusione sicura e condivisa.

La brutta ed ambigua riforma dell'editoria introdotta con la legge n. 62 del 2001, il famoso DDL Levi ribattezzato l'ammazza blog presentato e poi ritirato, il DDL Cassinelli ovvero il "salvablog" tuttora in attesa di essere discusso alla Camera dei Deputati e la "storica" condanna dello storico Carlo Ruta per stampa clandestina pronunciata dal Tribunale di Modica in relazione alla pubblicazione del blog dello studioso siciliano sono solo alcuni dei provvedimenti e delle iniziative che hanno, negli ultimi anni, alimentato - in Rete e fuori dalla Rete - un dibattito complesso ed articolato senza vincitori né vinti. L'entrata in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni vanificherà e polverizzerà il senso di questo dibattito stabilendo, una volta per tutte, che la disciplina sulla stampa - o almeno una parte importante di essa - si applica a qualsiasi forma di comunicazione e diffusione di informazioni nel cyberspazio.

Difficile resistere alla tentazione di definire dilettantistica, approssimativa ed irresponsabile la scelta del legislatore che è entrato "a gamba tesa" in questo dibattito ultradecennale ignorandone premesse, contenuti e questioni e che ora rischia di infliggere - non so dire se volontariamente o inconsapevolmente - un duro colpo alla libertà di manifestazione del pensiero nel cyberspazio modificandone, per sempre, protagonisti e dinamiche.
Nel Palazzo, domani, qualcuno - nel tentativo di giustificare questo monstrum giuridico liberticida e anti-Internet - dirà che è giusto pretendere anche da blogger, gestori di piattaforme di condivisione di contenuti e titolari di qualsiasi altro tipo di sito Internet la pubblicazione di una rettifica laddove loro stessi o i propri utenti pubblichino contenuti non veritieri o ritenuti lesivi dell'altrui reputazione o onore. Libertà fa rima con responsabilità è il ritornello che sento già risuonare nel Palazzo.

Il problema non è, tuttavia, il ritornello che non si può non condividere, quanto, piuttosto, le altre strofe della canzone per restare nella metafora ovvero le modalità attraverso le quali il legislatore ha preteso di raggiungere tale ambizioso risultato. Provo a riassumere il mio punto di vista.

The web is not the press (or tv) si potrebbe dire con uno slogan e non è, pertanto, possibile né opportuno applicare ad ogni forma di comunicazione online la speciale disciplina dettata per l'informazione professionale. Dovrebbe essere evidente ma così non è. Gestire le richieste di rettifica, valutarne la fondatezza e, eventualmente, darvi seguito è un'attività onerosa che mal si concilia con la dimensione "amatoriale" della più parte dei blog che costituiscono la blogosfera e rischia di costituire un elemento disincentivante per un blogger che, pur di sottrarsi a tali incombenti e alle eventuali responsabilità da ritardo (una multa da 25 milioni di vecchie lire per aver tardato a leggere la posta significa la chiusura di un blog!), preferirà tornare a limitarsi a leggere il giornale o, piuttosto postare solo su argomenti a basso impatto mediatico, politico e sociale e, come tali, insuscettibili di "disturbare" chicchessia. Allo stesso modo, il gestore di una piattaforma di condivisione di contenuti o, piuttosto, di social networking che, per definizione, non produce le informazioni che diffonde, ricevuta una richiesta di rettifica non potrà, in nessun caso, in 48 ore, verificare con l'autore del contenuto la veridicità dell'informazione diffusa e, quindi, l'effettiva sussistenza o meno dell'azionato diritto di rettifica.

Risultato: o si doterà - peraltro non a costo zero - di una struttura idonea a pubblicare d'ufficio tutte le rettifiche ricevute o, peggio ancora, deciderà di rimuovere tutti i contenuti che formino oggetto di un altrui istanza di rettifica tanto per porsi al riparo da eventuali contestazioni circa la forma, i caratteri e la visibilità della rettifica stessa.

Sembra, in altre parole, evidente che la nuova legge produrrà quale effetto pressoché immediato quello di abbattere sensibilmente la vocazione all'informazione diffusa che ha, sin qui, costituito la forza del web come primo spazio davvero libero - o quasi-libero - di divulgazione di quello straordinario patrimonio di pensieri e notizie che, sin qui, i media professionali non hanno in parte potuto e in più parte voluto lasciar filtrare per effetto dei forti ed innegabili condizionamenti che i poteri politici ed economici da sempre esercitano sulle testate giornalistiche cartacee, radiofoniche o televisive che siano. Da domani, quindi, i nemici della libertà di informazione avranno un pericoloso strumento per far passare la voglia a tanti blogger nostrani di dire la loro ed ad altrettanti "giornalisti diffusi" di raccontare storie inedite via Facebook, YouTube o MySpace.

Ma c'è ancora di più.
Il senso dell'obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa risiede nella circostanza che in sua assenza il cittadino che si senta diffamato o avverta l'esigenza di "rettificare" un'informazione diffusa da un giornale non potrebbe farlo o meglio resterebbe esposto all'arbitrio del direttore della testata, libero di pubblicare o non pubblicare la rettifica. Non è così, tuttavia, nella più parte dei casi in Rete dove - salvo eccezioni - chiunque può pubblicare una precisazione, un commento, un altro video o, piuttosto, condividere un link su un profilo di Facebook per replicare e/o rettificare l'altrui pensiero. È questo il bello dell'informazione non professionale online ed è questa una delle ragioni per le quali l'informazione in Rete è - sebbene ancora per poco - più libera di quanto non lo sia quella tradizionale.

E per finire, dopo il danno la beffa.
Mentre, infatti, la nuova legge impone a chiunque utilizzi la Rete per comunicare o diffondere contenuti e/o informazioni gli obblighi caratteristici dei produttori professionali di informazione, continua a non riconoscergli pari diritti: primo tra tutti l'insequestrabilità di ogni contenuto informativo diffuso a mezzo Internet alla stessa stregua di un giornale. In questo modo si sarebbe, almeno, potuto dire "onori e oneri" mentre, così, l'informazione in Rete finisce con l'essere svilita ad un'attività pericolosa, onerosa e mal retribuita o, nella più parte dei casi, non retribuita affatto. Basterà la passione ad indurre i protagonisti del cosiddetto web 2.0 a resistere anche a tale ulteriore aggressione o, questa volta, getteranno la spugna consegnando la Rete ai padroni dell'informazione di sempre?
Chiediamocelo e, soprattutto, chiediamolo a chi ha voluto questa nuova inaccettabile legge ammazza-Internet.

Guido Scorza
www.politicheinnovazione.eu

Da PuntoInformatico

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La UE non usa l'open source

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Roma - "Alla fine (della legislatura) lo studio è arrivato": è questa la conclusione che l'onorevole Marco Cappato trae al termine della vicenda che l'ha visto misurarsi con il Consiglio Europeo in materia di software open source e della sua adozione in seno alla UE. Lo studio a cui si riferisce è quello che a novembre 2008 sembrava fosse andato perduto, e che illustra i possibili scenari economici legati all'adozione di programmi OSS per le istituzioni continentali: numeri che sconsigliano l'adozione delle piattaforme a sorgenti aperti per l'intero ecosistema hardware europeo, alla luce delle ingenti spese da sostenere per una eventuale transizione al nuovo parco software.

Nello studio si legge una stima del valore annuale dell'impegno economico dell'Europa con BigM: 6,2 milioni di euro, necessari a coprire i costi delle licenze (almeno relativi all'anno 2005) per un totale di circa 45 mila postazioni. Poco meno di 138 euro a postazione.

Il costo del progetto di conversione stimato è di circa 54 milioni di euro per la Commissione Europea, di 3,5 milioni per la Corte dei Conti (ma le tabelle relative ai mesi/uomo indicano un valore di 12 milioni) e di 19 milioni per il Parlamento: un totale di 76,5 milioni, a cui sommare il costo necessario a coprire supporto e manutenzione del nuovo software open source pari a circa il 30 per cento dell'attuale spesa annuale per le licenze proprietarie (che evidentemente comprendono anche le voci relative all'assistenza). In queste condizioni, secondo le stime ci vorrebbero 36,7 anni per ammortizzare la spesa.

Da Punto Informatico

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Sondaggio su 10000 aziende sullo stato dell'IT

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Esia Software sta promuovendo un sondaggio rivolto a 10.000 aziende italiane per fare una fotografia dello stato dell'IT nell'ambito lavorativo. Con il susseguirsi di leggi e normative si è ormai imposto un modello di amministrazione del sistema informatico particolarmente complicato poiché è necessario rispettare numerose regole che molto spesso sono inapplicabile (si veda ad esempio la normativa sugli amministratori di sistema).

Al termine di questo sondaggio, i dati verranno pubblicati su questo blog. A presto!

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Coolstreaming, partite di calcio gratis su Internet. Ed è tutto legale!

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La notizia rimbalza in rete già da qualche giorno e c’è davvero da credere che ne sentiremo parlare ancora. Tra l’altro perché al centro del contendere c’è ancora lui, il peer-to-peer. Questa volta, però, non si tratta né di musica, né di film, né di telefonia su Ip, bensì di televisione. Ad aprire una frontiera che fino ieri era stata scardinata solo dalla pirateria, è Coolstreaming, un software che permette di condividere via web i programmi dei network tv stranieri che trasmettono anche_ in streaming.Per approfondire
I primi ad accorgersene sono stati gli sportivi, e in particolare i numerosi appassionati del calcio nostrano, fra i quali si è rapidamente diffusa la voce della presenza in rete di un programmino “magico” che permette di guardare in chiaro le partite di coppa e di campionato. E tutto, questa volta, senza inganni. Ecco il perché.

Molti eventi sportivi, come noto, sono seguitissimi anche all’estero. In Cina, per esempio, esistono emittenti - è il caso di Cctv-5 e Guangdong Sports - che trasmettono il basket Nba, la Champions League e perfino le partite della Serie A italiana. Da qui la trovata: sfruttare le doti del peer-to-peer per collegarsi a quei network che trasmettono anche sul web attraverso streaming.

Il tutto a costo zero e soprattutto nella più completa legalità, come si affrettano a precisare dal sito della community italiana di Coolstreaming [dal quale si scarica anche il programma]. Fuori dai nostri confini, e in modo particolare in oriente, le maglie del copyright sono infatti decisamente più larghe e visto che con Internet si può passare da una parte all’alta del globo in meno di un secondo, nessuno vieta di assistere alle trasmissioni estere di quegli eventi sportivi che qui sono a pagamento. Un principio non molto diverso da quello che ispira altri applicativi che sfruttano Internet per la condivisone dei contenuti, Skype, nel caso della telefonia su Ip o, per fare un esempio ancora più aderente, Bit-torrent per quanto riguarda il cinema.

I requisiti per utilizzare Coolstreaming sono alla portata di un qualsiasi utente web. Basta disporre di un player in grado di supportare lo streaming (Windows Media Player o Real One) e scaricare l’apposito programma direttamente dal sito ufficiale. All’utente non resterà che cliccare sull’emittente desiderata, attendere il completamento del buffering (è consigliabile per questo collegarsi al network qualche minuto prima dell’inizio dell’evento) e il gioco è fatto. L’invito ricorrente nei forum dei già numerosi fruitori del servizio suona molto esplicito: “Parla di CoolStreaming a quante più persone possibili”. Come a dire: maggiore è il numero degli utenti migliore sarà la reperibilità dei contenuti. Un principio ben noto a chi è già avvezzo a condividere mp3 e divx attraverso gli appositi programmi di file-sharing.

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Linux conquista l'1% nel mercato degli Os per Desktop

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L'1% non sarà certo una percentuale straordinaria, ma fino ad ora ed in una storia che vede la creatura di papà Tovralds nascere nel 1991 non era mai successo che il Pinguino raggiungesse un tale livello di diffusione; l'incremento nell'ultimo mese sarebbe stato intorno allo 0,12%.

A rivelarlo (anche se tramite una statistica forzamente parziale), sono i dati messi recentemente a disposizione dal portale Web HitsLink Market Share, gli stessi che mostrano Windows coprire l'80% del mercato desktop totale e Mac OsX raggiungere il 10%.

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Wolfram Alpha: è nato l’anti Google?

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Wolfram Alpha è un nuovo, rivoluzionario motore di ricerca nato dal ricercatore inglese Stephen Wolfram. La data del debutto è vicina ma già vi è una grossa attesa a livello mondiale su ciò che potrà fare.

Il nuovo motore di ricerca va inteso non come un possibile sostituto di Google, ma come un servizio complementare, anche se l’eventuale successo verrà decretato dall’utenza, ma le premesse per fare bene ci sono tutte, a partire dal rivoluzionario sistema di analisi delle domande, e delle relative risposte.

Stephen Wolfram, scienziato specializzato in fisica, ha lavorato molto in questi anni per mettere a punto un sistema capace di interpretare il linguaggio naturale, di analizzarlo e di fornire come risposta una frase altrettanto coerente. Le implicazioni e le difficoltà tecniche sono evidenti, visti i doppi sensi, gli slang, i modi di dire che fanno parte del linguaggio umano.

Le differenze con Google sono evidenti, in questi anni siamo stati abituati a ragionare con le parole chiavi, con i Page Rank, con l’autorevolezza delle fonti e dei link, se dovesse prendere piede il nuovo Wolfram Alpha, tutto questo potrebbe essere superato.

L’avvio del nuovo motore di ricerca è previsto per questo mese, vi terremo informati.

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